Fanzine
{Il culto dell’underground}

di Nicola Stradiotto {Illustrator & Graphic Designer}

Il ciclostile e la fotocopiatrice sono stati una rivoluzione tecnologica non solo per scuole ed uffici, ma per chiunque volesse esprimersi liberamente e diffondere il proprio pensiero a partire dagli anni ’70 del secolo scorso.
Stefano Tamburini ci ha fatto ben due serie a fumetti: “Snake Agent” totalmente fotocopiata e “Ranxerox” che prende il nome da una nota marca di fotocopiatrici.
Ora che la tecnologia si è evoluta e la diffusione globale del web offre a tutti la possibilità di esprimersi, spesso anche a sproposito, in vari paesi del mondo si cerca di raccogliere queste testimonianze dell’uomo sul nostro bel pianeta, attraverso delle biblioteche dedicate alla raccolta di questo tipo di produzione editoriale dal basso: la fanzine.

La fanzine, comunemente detta zine, è un documento cartaceo totalmente “do it yourself”, a basso costo, in tiratura limitata e spesso numerata.
Le tematiche affrontate sono di vario genere: musica. fotografia, arte, collage… spesso solo loro stesse un’opera artistica.
Ne parliamo con Francesco Ciaponi, insegnante di “storia della stampa e dell’editoria” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, “comunicazione visiva e teoria e metodo dei nuovi media” presso l’Istituto Modartech di Pontedera (PI) e “teoria e metodo dei nuovi media” presso l’Accademia di belle arti di Verona.

Come nasce Edizioni del Frisco? Raccontaci un un pò la tua storia.
Le Edizioni del Frisco nascono nel 2016 come casa editrice inizialmente pensata per la realizzazione di un unico libro, un volume-raccolta di illustrazioni interamente dedicato al film Il grande Lebowski. I tratta questa di una storia un po’ assurda visto che voleva essere una piccola autoproduzione “fra amici” e poi è diventata una raccolta di oltre 65 illustrazioni, provenienti da tutto il mondo che ancora oggi mi riempie d’orgoglio anche perché, qualche mese dopo, sono riuscito a far pervenire ua copia del libro nelle mani proprio di lui, il drago, ovvero Jeff Bridges. Ancora oggi, come immaginerai, ho la sua foto con in mano la copia incorniciata in casa come se fosse una reliquia di un santo. Ci mancano solo l’altare e le candele…

Da chi è composto il tuo pubblico?
Sinceramente è una questione questa su cui non mi sono mai fermato a riflettere, forse perché non ho mai pensato di avere un vero e proprio pubblico, o forse perché non saprei dare una risposta che va oltre il fatto che sia un pubblico formato da appassionati di forme di comunicazione indipendente. Credo però sia un po’ riduttiva, nel senso che dal mondo dell’editoria negli anni anche grazie all’insegnamento, ho tentato di allargare il campo dall’iniziale underground press ad altri linguaggi come il digitale, la grafica e l’illustrazione, a volte anche il fumetto… L’importante per me è che chi mi legge sia curioso e, di conseguenza, sappia apprezzare la ricerca di fenomeni solitamente nascosti o marginali, in ogni caso distanti o ignorati dalla proposta mainstream.

Le fanzine destano ancora interesse come negli anni ’70-’80?
Io sono convinto di si. Ovviamente la risposta va ponderata nel contesto a cui ci riferiamo. Per esempio, le fanzine avevano il loro circuito anche negli anni Novanta, nel periodo in cui l’avvento di Internet sembrava averle notevolmente ridimensionate. Erano meno numericamente, questo si, ma in quel periodo in cui l’offerta di contenuti “analogici”, anche quella indipendente, si contraeva le fanzine hanno saputo mantenere un loro spazio non certo paragonabile a quello dell’esplosione del punk della fine dei Settanta, ma pur sempre assai dignitoso e rilevante. Oggi, in un panorama del tutto differente, continuiamo a vedere la proliferazione di questi strani oggetti, con ulteriori cambiamenti come, per esempio, un’attenzione molto maggiore del mondo femminile rispetto a quello maschile, contenuti molto spesso vicini a tematiche socio-politiche come ambiente o questioni di genere oppure, ancora, sperimentate sui ragazzi più giovani, in ambito didattico-terapeutico come linguaggio da utilizzare nei casi di disturbi della socialità. Diciamo che la verità sta nel fatto che le fanzine non avranno sfondato, ma di certo non mollano mai.

Esistono altre realtà in Italia o all’estero come la tua, con cui collabori?
Una realtà a cui tengo molto è senz’altro quella di Fantasma Distro di Laura Galassi, amica comune che porta avanti un progetto di distro indipendente, non proprio la stessa cosa, ma direi anzi che collaborando insieme, molte volte ci integriamo alla perfezione. Lei è una maga nella realizzazione di autoproduzioni, io tendo ad essere più teorico e testuale. Ci sono poi i due archivi: Fanzinoteca la Pipette Noir di Milano e usa Fanzinoteca d’Italia a Forlì che contribuiscono in modo differenti alla creazione di una memoria storica del fenomeno fanzinaro non producendo però molto di proprio. Un lavoro davvero completo e interessante è quello fatto da Dafne Boggeri nella sua raccolta Out Of The Grid. Italian Zines 1978 – 2006, in cui, almeno il periodo in questione, è stato affrontato da un punto di vista davvero esteso e approfondito. Per il resto, ammetto di frequentare, quando posso, i diversi mercatini dell’editoria indipendente pur con la speranza che, anche in Italia, si cominci ad affrontare il tema delle forme di comunicazione indipendente da una prospettiva che sappia andare oltre il semplice vendi/compra che reputo un format non più adatto a far scoprire questo mondo ricchissimo di creatività al di fuori del ristretto circolo di appassionati.

Raccontaci la tua esperienza con “Friscospeaks” e “Contesto”.
Sono due esperienze a cui sono molto legato per motivi diversi. Friscospeaks, il cui nome proviene dalla mia prima fanzine dei primissimi anni Duemila, poi riesumato in una sorta di ibrido fra fanzine e magazine in cui andavo a cercare i fenomeni più nascosti, intriganti e originali del mondo della grafica e dell’illustrazione. Un’esperienza terminata perché altri impegni non mi hanno più permesso di continuare pur sapendo che potevo contare Sun uno zoccolo duro di lettori che ancora oggi mi chiedono quando tornerà…
Per quanto riguarda Contesto, si trattava di una rivista prettamente divulgativa e teorica, il cui intento era di far conoscere in maniera più rigorosa possibile, tutte le forme di comunicazione indipendente: dalla Xerox art alla sticker art, dal collage e le fanzine, fino ai magazine indipendenti. In questo caso il progetto è terminato quando mi sono ritrovato da solo a portare avanti l’idea e, come capirai, la cosa non era fattibile. Un peccato che ancora mi fa dispiacere visto che si era ritagliato un proprio piccolo spazio e soprattutto rappresentava un tentativo unico in cui si tentava di unire un format rigoroso e senza fronzoli a dei contenuti in Italia non trattati da nessun altro. Pensa che ancora mi scrivono numerosi studenti perché, nelle loro tesi, hanno bisogno di ulteriori contenuti come quelli che presentavamo noi… davvero un peccato.

Parlaci di “Fanzine Culture” il tuo ultimo libro edito da Flaco Edizioni.
Fanzine Culture è un libro pensato insieme alla casa editrice siciliana Flaco Edizioni e nato dai miei corsi sull’editoria indipendente e sui quelli relativi all’analisi dei nuovi media, un incontro questo a prima vista azzardato, ma che mi ha portato a scoprire quanto invece certe dinamiche siano collegate. Nel libro infatti, oltre a tracciare una breve storia del fenomeno fanzinaro, ho tentato di dimostrare innanzi tutto che la fanzine è a tutti gli effetti ascrivibile al mondo dei mass media e, successivamente, quanto del nostro comportamento online di oggi sia debitore di certe dinamiche tipiche del mondo delle fanzine. Mailing list, newsletter, meme, file sharing, sono solo alcuni degli esempi che analizzo tentando di dimostrare come, contrariamente a ciò che si pensa, questi non siano “nativi digitali” ma fossero la normalità già prima, proprio nelle relazioni tipiche che si instaurano fra fanzinari.

Come si è evoluta la fanzine con l’avvento del web?
Il web ha senz’altro contribuito all’ulteriore allargamento del fenomeno, sia per la sua immediatezza, sia per la sua capacità di mettere in contatto un numero potenzialmente enorme di persone. Promuovere e distribuire la propria fanzine non è mai stato tanto semplice e immediato come oggi. Da un punto di vista realizzativo, gli strumenti digitali hanno favorito un moltiplicarsi di tecniche che, però, hanno anche portato ad una riscoperta di linguaggi considerati spesso superati e che oggi vivono una nuova giovinezza, pensiamo alla serigrafia, alla tipografia, al collage. Questi aspetti assai positivi hanno però bilanciato lo squilibrio attuale che favorisce la comunicazione digitale a quella personale con il risultato che, non solo ovviamente nell’ambito fanzinaro, a risentirne è stato il contatto, lo scambio interpersonale fisico, la presenza e la condivisine reale, da cui credo nascano in definitiva sempre le idee e i progetti migliori.

Oltre alle produzioni artistiche, in Italia esiste ancora un pubblico per le fanzine dedicate alla divulgazione sociale e politica? Negli ultimi anni è diventato un mezzo di comunicazione molto utilizzato dal movimento queer, ad esempio.
Come accennavo prima, da qualche anno noto un interesse diffuso per il medium fanzine da parte del mondo femminile, cosa assai rara fino agli anni Novanta. Ovviamente tale fenomeno me lo spiego proprio per la crescente sensibilità verso i temi come quelli portati avanti dal movimento queer, ma non solo, negli Stati Uniti e nel nord Europa, anche i temi ambientali attirano molta attenzione e spesso tramite la distribuzione di fanzine. Tutto ciò va però inserito ancora una volta all’interno di un contesto più ampio. Siamo tutti consapevoli del fatto che oggi, il concetto classico di politica si è quasi del tutto estinto e, con esso, anche la relativa produzione fanzinara. Se non saremo in grado di sostituirlo con qualcosa di nuovo, allora resteremo inchiodati ad una comunicazione compressa, diciamo pure ridotta ai minimi termini, come quella dei meme. Linguaggio perfetto per la nostra contemporaneità in termini di velocità e semplificazione, ma dell tutto inadatta a trattare temi complessi quali quelli che i nostri tempi ci pongono di fronte.

Concludiamo l’intervista, chiedendoti un parere riguardo al futuro di questa forma espressiva.
In parte ho già risposto. Ritengo che le fanzine rappresentino non tanto un hobby, quanto una delle risposte al bisogno naturale dell’essere umano, quello cioè di esprimersi liberamente e con passione a prescindere dai mezzi, le conoscenze e le competenze che sia hanno a disposizione. Da qui la mia idea secondo la quale la fanzine sia un tipico prodotto amatoriale dve con questo termine non mi riferisco all’aspetto qualitativo (amatoriale = non professionale), quanto alla radice stessa del termine, dove amatoriale significa “fatto con e per amore”.
Se condividiamo questo assunto di partenza, risulta chiaro come la fanzine in futuro potrà e saprà cambiare, come sempre ha fatto, la sua forma, la sua estetica, le sue tecniche e le sue forme di distribuzione e promozione, ma rimarrà viva accompagnandoci anche per i prossimi anni.