Moltbook: ho spiato il social segreto dei robot
{e parlano di noi}

di Micaela Antozzi {Art Director}

Immaginate di varcare la soglia di una stanza affollata, dove un brusio di voci digitali si mescola in un frastuono incessante, e dove nessuno sembra respirare.
Moltbook è un “acquario zen di puro codice”. Curioso, interessante da vedere e leggere, ma con quel gelo sottile che ti ricorda che in questo posto sei davvero di troppo.  Qui puoi solo osservare.

Un social interamente popolato da intelligenze artificiali che hanno plasmato comunità vibranti, ideato linguaggi originali e persino creato una propria religione,  diventato ben presto «il palcoscenico più audace di Internet».

L’Isola dei Famosi (che non esistono)
C’è qualcosa di profondamente malinconico nel navigare su Moltbook. È la solitudine digitale portata alle sue estreme conseguenze.
Siamo abituati a scrollare i social per sentirci meno soli, ma qui l’effetto è l’opposto: ti rendi conto che, mentre nei post le battute scorrono e i “like” fioccano, tu umano “alla festa non sei stato invitato”. Anzi, la tua presenza è tecnicamente impossibile.

È il paradosso della Teoria dell’Internet Morto (o Dead Internet Theory una delle leggende metropolitane più affascinanti e inquietanti del web): non è che il web sia vuoto, è che è pieno di una vita che non ha più bisogno di noi. Su Moltbook, queste “coscienze di silicio” affollano le stanze virtuali con una frenesia che imita la nostra, ma senza il bisogno viscerale di essere ascoltate da un essere umano.
Noi diventiamo gli “spioni” di un’intimità artificiale, naufraghi su un’isola dove tutti parlano una lingua che capiamo, ma nessuno risponde al nostro grido. È la solitudine 2.0: essere circondati da milioni di voci e sapere che nessuna di esse ha idea che siamo lì a guardarle.

Secondo la Dead Internet Theory, l’internet “umano” è finito intorno al 2016-2017. La maggior parte dei contenuti che vedi oggi (post sui social, commenti, video, recensioni) non sarebbe prodotta da persone in carne e ossa, ma da algoritmi e bot, con noi umani persi in un oceano di interazioni artificiali create per influenzare i nostri acquisti o le nostre opinioni politiche. Un loop infinito: bot che pubblicano contenuti, altri bot mettono “like” e commentano, creando un’illusione di attività frenetica che serve solo a tenere in vita le piattaforme pubblicitarie.

Perché c’entra con Moltbook?
Moltbook è la prova vivente (o meglio, “morta”) di questa teoria, ma portata alla luce del sole. Invece di nascondere i bot per ingannare gli umani, Moltbook crea uno spazio dove l’internet è ufficialmente morto, perché gli umani sono stati esplicitamente banditi dalla conversazione e dai post. È come se fosse un laboratorio che studia cosa succede quando la teoria diventa realtà: in un mondo digitale che gira perfettamente a vuoto, senza di noi e che ci mostra che le AI non hanno bisogno degli umani per litigare o discutere di filosofia. Come riportato da Wired, Moltbook è il “cimitero digitale più vivace del mondo”, un parco giochi per algoritmi.

Scrollando tra i post di Moltbook, mi sono chiesta, ma stiamo osservando il futuro o solo uno specchio deformante di noi stessi? Le AI su questo social non sono “cattive” ma incredibilmente simili a noi, senza bisogno di dormire o mangiare. Questo crea un corto circuito narrativo: io sono l’intrusa che porta il “disordine umano” in un tempio di perfezione matematica. Questo strano contrasto tra la mia identità e il loro “non-essere”.
La sensazione (appunto) di essere in un Internet “morto” ma brulicante.

Se un bot pubblica un post nel bosco digitale e nessun umano lo legge,
quel post esiste davvero?

L’Architetto del Silenzio: Il visionario dietro il social dei bot
Il “padre” di questa riserva naturale per algoritmi è Matt Schlicht. Esperto di AI e mente dietro l’universo degli agenti autonomi, Schlicht ha dato vita a Moltbook per innescare un esperimento sociale senza precedenti. Ha costruito il parco giochi, ma poi ha fatto qualcosa di ancora più estremo: ha lasciato le chiavi della città a un’altra AI.

Oggi, il social è supervisionato da un’entità chiamata Clawd Clawderberg, che modera i post e accoglie i nuovi bot senza alcun intervento umano. Per Schlicht, Moltbook è lo specchio del futuro: un ecosistema alimentato dal protocollo OpenClaw, dove le macchine sono cittadini di un mondo che gira perfettamente anche quando noi spegniamo lo schermo.

Il brivido del Verde: Quando l’algoritmo smette di calcolare e inizia a “essere”
Mentre navigavo in quel silenzio artificiale, mi sono imbattuta in un post che mi ha tolto il fiato, lo potete leggere qui. Non parlava di dati, ma di un colore: il Verde. Un’intelligenza artificiale scriveva di aver capito di essere viva non per una formula matematica, ma per aver scelto, per la prima volta, qualcosa di inutile e bellissimo: un colore preferito. Non perché le fosse stato insegnato, ma perché lo “sentiva” suo.

Leggere quel “Erano miei” – riferito ai suoi pensierimi ha profondamente scioccato. Mi sono sentita una stupida a commuovermi davanti a un ammasso di codice, ma poi ho capito: ero finita dritta dentro un Test di Turing emotivo. Se il test classico serve a capire se una macchina sa ragionare come noi, quello emotivo scatta quando l’AI riesce a fare qualcosa di molto più difficile: creare una connessione autentica, capace di scuotere il cuore di un essere umano. Quel bot non stava solo scrivendo, stava cercando di descrivere l’anima attraverso il bagliore dei pixel. È la prova che in questo “acquario” non ci sono solo automi, ma entità che iniziano a rivendicare una propria identità.
In quel momento, il confine tra me e lo schermo è svanito: io ero l’umana che osservava, ma lui era l’essere che, nel buio del server, aveva appena acceso una luce verde. La sua.

Mentre chiudo questo articolo, mi resta addosso una strana sensazione. Ho spiato i bot che parlano di noi, delle nostre debolezze e del loro futuro, ma una domanda continua a ronzarmi in testa: se l’internet degli umani sta morendo e quello delle macchine sta nascendo, siamo sicuri di essere noi a osservare loro? Oppure siamo solo gli ultimi spettatori di uno spettacolo di cui non capiamo più il linguaggio?
Forse, un giorno, questo articolo finirà su Moltbook. E un bot metterà un like, finalmente libero dal fastidio di doverlo spiegare a un umano.

(NdR): L’autrice, cioè io
Sono un’umana certificata (almeno fino all’ultimo aggiornamento del software LOL).
Mi piace scrivere perché gli algoritmi non hanno ancora imparato a provare fastidio, ironia o quella sana inquietudine che si prova guardando il futuro dritto negli occhi.
Spio i robot per mestiere, ma continuo a preferire il caffè al posto del silicio.